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  • VA.LENTINA

CULODRITTO

Donna Bruna, classe 1919, a 80 anni sonati aveva le chiappe da schiacciarci le noci. E rivendicava quel fisicaccio come frutto del lavoro e della fatica; non la fatica della ginnastica, la fatica quella vera, fatta a macinare chilometri sui sentieri che per tanti anni l’avevano portata da Piteccio a Campotizzoro.

Bruna era stata operaia della SMI e, come tanti suoi coetanei si era bevuta 20 Km di bosco al giorno per raggiungere la fabbrica. Sui sentieri che collegavano la Valle dell’Ombrone alla Valle del Reno erano nati amori, figli, faide; sui sentieri si portava lo scaldino sotto il cappotto, con quel tanto di cenere che bastava per non rimanerci secchi dal freddo, quando gli inverni erano inverni.

Un’intera generazione si inerpicava fra le foglie, i sassi e i muschi e riscattavano vite da contadini con la fatica diversa, libera, emancipata dell’operaio.

Spippolando nel Web ho pescato numerosi articoli che parlano dell’andare a piedi al lavoro come nuovo trend, addirittura una tendenza, per tenersi in forma, tenersi lontani dal virus e ridurre le emissioni di Co2. C’è un tizio negli Stati Uniti che lo fa dal 2018, e varie milfone che hanno cominciato alla fine del primo lock down, pare se ne sia discusso addirittura al festival di Bioetica.

Negli anni Trenta del Novecento si trattava semplicemente di sopravvivenza, alternative non ce n’erano. Si andava a piedi perché bisognava andare a piedi, si andava alla fabbrica perché era meglio che star piegati sulla vanga.

La fabbrica della famiglia palermitana Orlando aveva iniziato a produrre proiettili nel 1911, diventando un tutt’uno con il paese e con le valli circostanti.

Se un occhio potesse osservarli tutti adesso, quei ragazzotti e quelle signorine, vedrebbe i passi tutti differenti, diverse espressioni, altezza, colore dei capelli, incarnato, tutti in movimento, tutti di nuovo giovani su per la montagna.

Infine tornò la guerra. Ma questa è un’altra storia.

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